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'Le Termopili d'Italia e d'Europa a Passo Buole'

è un testo poetico-fonetico-teatrale che racconta lo sfondamento della Strafexpedition austroungarica da Rovereto dentro la Vallarsa ed il suo arenarsi per l'eroica resistenza italiana sul crinale Zugna-Carega con il culmine della strenua difesa  diPasso Buole. Un testo crudo, eroico, vitale e perciò pacifista. 

Castel Dante vuole
le Termopili a Passo Buole. Maggio 1916.
di Alberto Sighele – Compagnia Fonetica – Coro Vallagarina
cell:388 9364977 www.apoemaday.it


(da recitare con proiezione di immagini di “pittura fonetica” che succhiano il profilo di chi parla dentro i quadri <a proiezione almeno ad altezza d’uomo o leggermente superiore>,
con voci che si accavallano, ripetendosi a jazz, come nella risacca, 
narrazione,dialoghi, monologhi.
Nessuna lettura, tutto recitato dal vivo)


Prologo
(recitato da narratore e narratrice che si intersecano e accavallano sulle parole, frammenti di frase più significativi o scioccanti o foneticamente, emotivamente rilevanti, …dilatando il tempo di assorbimento del testo da parte del pubblico, pur mantenendo il ritmo concitato se necessario – con timbro e volume o tono diverso tra le due voci) 

Termopili d'Italia è Passo Buole.
Immobili, i nostri eroi, stanno nella battaglia
a guardarci negli occhi un secolo dopo:
se abbiamo capito, che la patria è l'Europa.

(sul fondale del quadro “Termopili” chi recita è a braccia tese in modo da inserirsi nella riga proiettata Termopili-immobili e poi va con le mani a sgrovigliare il nodo patria-capito- Europa…)

Fin dalle Termopili, è nella termos del sangue
la libertà, dai greci alle radici d'Europa,
sventolerà nelle vele della vittoria navale
a Salamina, qui, da Costa Violina allo Zugna. 

La spugna inzuppata di sangue che vuole,
come scopa graffiante, su Passo Buole,
cancellare ogni impero, di ogni colore,
quello di Serse, la serpe, persiano,

quello italiano in Libia, in imitazione, 
cretina, dei Grandi, cosiddetti, 
che adesso si sgretolano. 
Il Kaiser che incorona, nel rancore, 

Hitler, 
suo eroe, 
e l'erede di Cecco Beppe,
alle strette.

Il vero campo di battaglia è il cuore, non l'impero.
Il coraggio di obbedire alla patria o di disobbedire,
fossi anche da solo, in coscienza, a capire
da che parte stare e poi buttarci la vita
.

(batte la fronte contro il quadro-lapide-destino con le spalle al pubblico e poi si volta e batte la nuca contro il quadro… come per dire: obbedire o disobbedire? Tanti colpi quanti quelli con la fronte)
Sulle rovine degli imperi ti schieri, punti i piedi.
Non l'impero zarista che prostituisce la difesa in conquista
e con Putin, sciovinista, fino ad oggi insiste.
Non il teutonico tentativo di far tremare la terra:

quel Kaiser Guglielmo che mette un elmo
sull'ultimo giovane generoso volontario, 
per immolarlo contro il Belgio neutrale.
E l'Italia non sta a guardare, si indigna.

Lei, alleata agli imperi di ieri, volta bandiera.
Vuol togliere un paio di denti al vecchio 
Cecco Beppe, quasi morto. Ma la schiera
di eroi di cui racconto, sul profilo di monte,

difende la terra, sulla cresta, barriera tra il fuoco 
della Strafexpedition nell'arsa Vallarsa 
e la verde valle dell'Adige verso Verona, 
dalla torta, alla cresta, alla schiena del Zugna
.

(mentre recita il testo e l’altra voce anche, lei cammina da sinistra a destra attraversando il quadro come in bilico sulla cresta e su una fune tesa: il fuoco a sinistra, la verde valle a destra e mentre li dice si sta per cadere da quella parte, verso il fuoco della strafexpedition o verso la verde valle dell’Adige) 
Impedire che infilzassero l'Italia con la punizione:
tagliare le armate nel Veneto e nel Friuli 
alle spalle, da Vicenza, a Venezia, al mare.
In rivoli di vendetta e spurgarsi nel sale

dell'onda, da dove sorge il sole, e lavarsi
i piedi, questo ungarico-austro guerriero,
che, è vero, non sapeva essere il suo astro 
al tramonto, dietro ormai ai nostri monti.

Io sono il coro greco dalle mille voci.
Vi racconterò del drago dalle mille croci, 
distribuite dalla linea d'acqua del Leno
alla schiena dello Zugna, al Carega.

Ora lasciamo il sottotenente roveretano, 
ventenne, Damiano Chiesa, ci prenda 
per mano. La vita è scesa alla morte 
ma torna: dal Trincerone il sole già sorge.


(e la voce maschile si mette in piedi a destra per il pubblico di Damiano Chiesa incatenato nella stesa posa del prigioniero)
In un solo corpo ognuno combatte,
a dirci del compito nostro: son fatte
di vita, di luce, di gioia, di pace, 
le scelte nostre. Nella giustizia 

solo tace 
il cuore nostro
e va oltre,
e s'acquieta.






A questa fonte
(una donna) 
A questa fonte 
tra due linee nemiche 
terra di nessuno 
dal natale 1915 
al maggio 1916 
venivano ad attingere 
la virtuosa 
sorella acqua
brevemente
affratellati
soldati dei due 
eserciti 

(foto della fontanella con scritta)
(due voci a jazz: sottolineato narratrice, integrazione narratore):
A questa fonte / a Madonna del Monte / a questa fonte / tra Rovereto e Castel Dante
tra due linee nemiche / a Castel Dante amiche / tra due linee nemiche /a S. Maria già nemiche
terra di nessuno / e questo è il dono / terra di nessuno / o è di tutti o di nessuno
dal Natale del 15 / con gli indici italiani /dal Natale del 15 / della firma del 5 del 15, sporchi di sangue (e naturalmente le mani)
al maggio del 16 / con il coraggio di affrontare la Strafexpedition / al maggio del sedici / dei sedicenti padroni di questa terra
venivano ad attingere / sapendo che la guerra è fingere /venivano ad attingere / di essere nemici mortali / venivano ad attingere / ed è dipingere tutto di sangue
la virtuosa / il donare la vita è virtù / la virtuosa / il farsela strappare è l'inferno / la virtuosa / è tortuosa la via del “tu” nel nemico
sorella acqua / accoglici / sorella acqua / lavaci / sorella acqua / sei bella come l'anima
brevemente / ma intensamente / brevemente / ma eternamente 
affratellati / prima / affratellati / dopo / affratellati / nonostante la guerra 
soldati dei due / non ci sono soldi dati a nessuno /soldati dei due / che valgano il nostro ideale
eserciti / tu cosa dici /eserciti / se l'esercizio fosse / eserciti / esercitarsi alla pace / eserciti / esercizio interiore / eserciti / sul precipizio del cuore


L'Ossario non c'era 
(narratore)
Non c'era l'Ossario, edificio bianco e rotondo, 
non c'era il calvario, non c'era la morte
in croce, c'era solo la predicazione, (non
la Strafexpedition), che siamo tutti fratelli,
(la vendetta, pensata prima, i forti costruiti
di vedetta) e la mancanza di fede.

Ma quelli volevano tenersi l'Impero.
Konrad, il militare, si millantava più vero
del vecchio baffo, ormai floscio, moribondo.
In fondo alla crisi i duri credono di tenere
il ballo e se gli dai spazio, è lo strazio di tutti, 
il collasso - il generale, sì - crollo.

(narratrice e una donna, accavallando le voci a risacca)
E tu acqua dell'Adige che scorri da nord,
che nasci tedesca e finisci italiana,
non sei puttana, sei più profonda e più alta;
acqua del Leno che scorri dall'est;
acqua del Taro che dall'Appennino a Parma,
scorri da sud, chiami su la Sicilia;

acqua del Po che, potente, scorri dall'ovest,
da Cremona, da Verona porti flutti 
a combattere, a difendere Ala, Avio, 
l'anima italiana di questi versanti. 
Vedi quanti litri di sangue dobbiamo rifarci?
Vieni dall'ovest a dirci che l'impero dell 'est, 
(narratore)
Österreich, 
austroungarico, 
è al tramonto 
su questo monte,
con un certo rammarico
per chi gli si era affezionato.
Acqua
(narratrice e una donna, accavallando le voci a risacca)
Acqua che ci racconti la storia, 
da molto prima della preistoria,
quando Costa Violina era laguna,
ai dinosauri piscina di gioco… 
(o si azzannavano anche loro, 
già allora?)

Acqua, cosa ci insegni ancora,
se non la purezza del cielo
e il perdono. 
Acqua, sei dono.
Acqua, sei vita che disseta i soldati ,
i muli, la mitragliatrice.

Acqua, cosa dice a noi la tua anima?
Cosa piangi dal cielo?
Cosa preghi
dentro le foglie fresche ad impacco
sulle ferite dei vivi 
sull'erba?

Dite a Damiano di smontare il cannone,
se non lo vuole lasciare al nemico,
lo faccia piano, pensandoci,
e mantenga la calma.
Questo dico: è più prezioso il suo slancio
del calibro. E il nemico già lo circonda.

Il bosco, comunque, gli è amico e il cespuglio.
La caverna è ferma ed eterna custodia
della sua rocciosa volontà di combattere.
Che dica agli altri suoi di scappare, 
qualche centinaio di metri più in su, 
di continuare a combattere, 

se questo è per voi mettere, 
ogni cosa al suo posto. 
L'avamposto, adesso, è il trincerone. 
Lì, sì, metterete un cannone. Lo so, 
non è vostra passione, l'uccidere. 
Ma vi sentite costretti. A denti stretti, 

fate quel che la coscienza vi dice. 
La vita benedice chi va oltre la morte. 
La vita è nuvola che cambia forma, 
è sempre più bella. Morirà una stella, 
non l'anima che è vita, dalla a alla zeta, 
per usare il vostro parlare. Ho detto. 

Compagni d’armi di Damiano Chiesa
(militare 1, militare 2, 1 e 2 assieme)
1- Glielo ho detto anch’io, lo ha anche scritto
il capitano, che se gli capiti in mano
agli austriaci, tu, roveretano, a dir poco
ti impiccano, ti sparano, ti mettono al collo 
un cartello, che sei traditore. Tu che sei
volontario, noi che siamo qui per forza, la tua scorza
ne val quattro delle nostre. 2- Vieni per questa
finestra. Forse qui non ci sono. Non c’è tempo.
Sono troppo vicini. 1- Gli altri sono già morti, 
non rispondono. 1 - Tenente Angelotti,
hai sentito che botti? Sono qui sotto.
Noi sappiamo il tuo nome. In prima linea 
il segreto non tiene. 1 e 2- Tenente Chiesa,
adesso viene il momento. Noi andiamo.

Damiano Chiesa
(narratore)
- Andate oltre la conca, dove si alza la valle. 
Vi proteggo le spalle. Venderò cara la pelle!
State attenti e sparate, solo se siete al riparo!

Musica 
A tavola
(narratore)
La madre disse ai suoi due maschi,
marito e figlio: 
(narratrice .presenti muti seduti ad un tavolo con piatti padre artigliere del Kaiser e figlio artigliere d’Italia)
- Adesso basti
il vostro orgoglio, artiglieri, adesso mi piglio
il mio spazio. E’ uno strazio avervi lontani. 
E' uno strazio vedervi di fronte, che io andrei 
sotto il tavolo. Tu, artigliere del Kaiser,
sul Finonchio. Tu, artigliere d’Italia, sul Baldo.
E io ad Avio che vi scaldo, quel che ho da mangiare.
Non sbaglio, io sono migliore dei vostri
cannoni. Le vostre truppe tedesche, magiare, 
mezze slave e con anche trentini. E voi veneti, 
mantovani, italiani che menate le mani
di vostra scelta. Qui comando io la minestra.
O fate silenzio a tavola: e la minestra
è vostra, o salta tutto. Per me siete già morti.

Vado in lutto. La mia povera polenta vale più
della vostra politica. Che non senta
più una parola di più!
Su chi spara meglio, più lontano, più preciso…
Non capite che si impianta nel mio
territorio? E poi scoppia. Non voglio, non voglio
neanche più una parola! 

(va a mescolare la polenta sul quadro in silenzio, prima di riprendere)
O preferisco restare da sola.
No, no, no, ma capitemi!
Che capitani voi siete, se non capite questo?
Avete la testa in un cesto 
di bombe!

Adesso che siamo ad Avio, ve lo spiego io,
l’avvìo della guerra: Qui siamo un poco
fuori tiro. Non prendetemi in giro. 
Sono una povera donna e non so se sia
un dono, avere uomo e figlio studiati. 
Sono andati uno e l’altro soldati. Uno
col Kaiser, è un austriacante, un kaiserjäger.
L’altro, non si sbaglia, va con l’Italia.
Chi lo sa, per far torto a suo padre. E io?
Non mi tiro ndrio. Io sarei con le streghe. 
Me lo ha detto una maestra in segreto:
erano sante. Lui, austriacante. Io, con le strie.
Ma torniamo all’inizio: Io ho lo sfizio
che si poteva evitare la guerra. Dare
patate, non granate, alla terra.
E gli uccelli e le nuvole al cielo, non le bombe
di giorno e di notte, non darsi le botte da orbi
e poi storpi, malconci e bendati, finire alla fossa,
spappolate le ossa, umanità di sbandati.
E noi, donne, col crepacuore a guardare,
a lasciarli decidere. Voglio dire:
Il confine era a Borghetto. Poi quel Konrad,
per calcoli suoi difensivi, ha detto:
(sulla voce della narratrice si inserisce all’unissono o leggermente sfasata anche la voce dell’artigliere del kaiser per le due righe successive)
- Mi faccio due forti. All’Altissimo Baldo
ed un altro, spavaldo, sul Zugna, di fronte.
Poi si accorge, mi han detto, che ha fretta: - Non si fa!
Passerà un po’ più in dietro, tra Mori e Rovereto,
il confine. - E il mio fine buonsenso mi dice:
se sono questioni di sicurezza, di spendere
meno soldi e meno soldati,
perché non chiedergli di darci anche Trento?
e dentro il pacchetto, ci metto, la promessa
di non fargli la guerra? Non mi sembra la fine
del mondo. In fondo, mi sembra, salvarlo!
E poi ancora, una sola premessa:
non va anche lui, domenica, a messa?

La strega
Qui, ad Avio, abbiamo un castello
con la torre della Picadora. Di buon ora
volevano si corresse a vedere quanto è bello…
lì, li impiccavano e poi li lasciavano fora,
appesi al vento, per far spavento alla gente
ignorante, i ladri di polli. Ne ho viste tante.
Sono una povera donna, non una scema. 
La scena la vedo completa: fanno 
lo stesso anche adesso, con chi non è d’accordo.
Da una parte e dall’altra. Così mi ricordo 
e sto attenta, se voglio fare la strega.
Sono fatta così, non riesco a dir: me ne frega.

Castel Dante (narratore)
Se da Ala, Avio, Santa Margherita,
Serravalle, Marco, Lizzana, tornassimo indietro,
a Castel Dante, su Lizzanella di Rovereto,
capiremmo come e perché fosse accanita

la battaglia per quel dosso, fino a spolparlo. 
Basta guardarsi attorno e vedi tutta la valle.
Tu, allora, non lo sapevi, ma sulle sue spalle
avrebbero sistemate le ossa di tutti, assetate di pace.
(una donna)
Tra un Natale e un maggio, bevevano, a quella
fontanella, le lingue dell'impero austroungarico
e anche molto italiano padano, da Mantova a Parma.
L'acqua, e il canto di quella, non bisognerà mai fermarla.
(narratore)
In quel Natale iniziale del 15, già dopo 
l'entrata in guerra d'Italia, e più di un anno
dopo il 14, in cui il Kaiser tedesco usava 
le forbici sulla pancia del Belgio neutrale,

(portasse un teschio in cima al suo elmo
non gli starebbe male!), in uno straccio di tregua,
a Natale, trovavano il tempo di fraternizzare 
tedeschi e inglesi già scesi al fianco dei belgi.

Vedi, come la pace si insinua, 
ambigua, in ogni abbraccio mortale?

Ma quel Natale, 
sopra Lizzana e Lizzanella,

nessuna stella. 
Sulla mascella di Castel Dante,
con il coltello tra i denti,
l'inferno. 





Lapidi 
(in coro che fa eco 
a voci dominanti 
a raffica – con fotografie di lapidi proiettate )

(artigliere d’Italia o altro militare)
25 – 28 dicembre 1915
i fanti del 114° reggimento Fanteria
Brigata Mantova
in cruenta lotta occuparono questo colle

(narratore)
Tra il vent antov ici dici nque cerie e il vent antov otto dicerie mbre dicevano l’avremmo passato sotto l’albero del mimamille ntova novecent antova to e quindicerie dici dicevano l’avremmo passato sotto l’albero i fantimanto del centoequattordicesimo 
Reggiment manto to Fant mantov eria Brigata Mantova in cruent antova lotta lolle occucoparo notta questo lotta lolle tolle colle

Trenta metri più in su un’altra labile lapide ripida rapida lapide debole stupida utile lalole lodevole lapide labbramie luppolo lapide bollamia bellamia lapide liquida lapilli lapide
(artigliere d’Italia o altro militare)
la prima compagnia del 114° fanteria Brigata Mantova occupava questo colle difeso accanitamente dagli austriaci. Con il rinforzo della 12° compagnia respingeva un poderoso contrattacco e con estenuante lavoro notturno allestiva questa cintura fortificata in vista delle posizione avversarie.


(narratore)
La prima compagnia mia del cento sento quattordicesimo fant mantov eria Bri sbri gata cciolata Mantova covava occucopava sparantova cupava questo colle difeso acca kaisercontinu nitamente 
dagli austristri österreichkai sercici. Con il rinforzo della dodice dicic’è c’è c’è sima la prima c’è c’è si ma non c’è più la prima c’è c’è c’è non c’è si ma si ma c’è c’era prima tu dici c’è c’è dubbic’è sima compa campa gnacom pagna gnia mia respinpian spanspin risponrespin pianspin respin sponspanspin pianrespingeva un poderoso 
contracontacco toccatracco racattacco raccontrattacco e con estenuante lavoro notturno allestiva questa cinturadu rallecentra turnestenu turacintaturnano allealleturna turacin duratura fortificata in vista delle posizioni avversa rivariebarrie rsarie


E poi per quattro mesi a maggio ma che primaveramente cosa capiterà di noi e dell’Italia in ballo balìa della bandiera e lo spavento dei cannoni e via col vento cos’altro spara spero no il mortaio
Mamma mimma forse torno o verrai qui a portare fiori qui è dentro e fuori e sopra e sotto si ti sento in fondo al cuore ne ho bisogno un bagno qui di sangue ci si asciuga la bandiera una a tutti ma sapessi quanto brutti sì ti sento a denti stretti in fondo al cuore amore.
(artigliere d’Italia o altro militare)
Nei giorni 15 e 16 maggio 1916 Il 1° battaglione del 207° Fanteria Brigata Taro sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova resisteva disperatamente all’irruente offensiva nemica sacrificando i suoi giovani fanti e tutti i mitraglieri caduti sulle armi. 
(artigliere d’Italia o altro militare e narratore)
Nei giorni 15 e 16 maggio 1916
qualcuno ritorni con coraggio al 25 maggio dell’anno prima: anche l’Italia in prima linea
Nei giorni 15 e 16 maggio 1916
Quindi cosa dici? punti gli indici, se dici sedicenti strateghi? dopo le stragi sul Carso adesso questa è in corso. Nessuno le neghi.
Il 1° battaglione 
batacchio del campanone dei caduti di Rovereto non si torna indietro
Il 1° Battaglione del 207° Reggimento Fanteria Brigata Taro
207 rintocchi con struggimento ai santi della Sbrigata sparo come un toro m’accascio e muoio
sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova
ma se uno cercasse dove le trova le bricciole della Mantovana
sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova 
nella rovente richiesta di resistere che ci entra nei piedi dai morti
resisteva disperatamente all’irruente offensiva nemica
se tu parti io arrivo sotto il Mantova della Madonna
resisteva disperatamente all’irruente offensiva nemica 
mica pensi straniero che la formica non senta il tuo passo
sacrificando i suoi giovani fanti 
la vita è un dono anche se breve 
sacrificando i suoi giovani fanti 
santi senza pensione e spese allo Stato
e tutti i mitraglieri sulle armi
da Parma da Parma lo sperma delle mitragliatrici
e tutti i mitraglieri sulle armi
sprecato ma Parma Parma freme nel Taro
e tutti i mitraglieri sulle armi 
e il Taro turbolento ribolle.
(artigliere d’Italia o altro militare)
Strafe Strafe Strafexpedition la tua punizione è già pronta
gli Appennini col Taro portano già nuova terra a questa barriera,
il fiume scende dagli Appennini su Parma ma adesso è già qui 
e si spalma sui piedi agli eroi che resistono. L’Ala della Patria, 
finché quest’ultima non farà qualche altra porcheria, è difesa, 
pane al pane, perché siamo noi il companatico. 
Ma gli invasori all’Adriatico non arriveranno.
Né questo, né il prossimo anno, ne mai.
Lo dicono già da Cremona a Verona a Vicenza,
da Mantova a Parma:
nel nostro sangue si spalma la Patria che c’è, 
fin che c’è. E senza la fede e qualcuno che crede 
in qualcosa, ma adesso diciamo la cosa. La Pace.
Perché non tace il nostro spirito ribelle. Sempre bolle!
Poche balle! Scotta, prima noi, poi voi, e non fateci 
morire per niente! C’è chi sente il messaggio? E’ chiaro?
Saranno i morti a raccontarci della Brigata Taro. 
(narratore)
il 15 e il 16 maggio 1916 Il 1° battaglione del 207° Fanteria Brigata Taro sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova resisteva disperatamente all’irruente offensiva nemica sacrificando i suoi giovani fanti e tutti i mitraglieri caduti sulle armi.


La Strafexpedition
(soldato 1, soldato 2, soldato 3) 
1 Ecco questo è l’attacco: lo dicevano.
Adesso, ci tocca resistere, insistere.
Tocca a noi, un sol uomo, un sol corpo. 
Adesso è lo stesso, o sei morto, no, resisto.
Soma Giuseppe
2 Sono Soma Giuseppe, detto Beppe.
Mi dicevano sono un somaro, ma sparo.
Adesso sono un cavallo, l’anima mia
dice, bianco, non mi sento più stanco.

3 E se sei morto, invece esisto, io resisto.
Siamo noi, chi dà il cuore, lo riprende,
tutto spende, tutto ha, adesso vengo,
tengo anch’io, questo è il mare.
Il milite ignoto
1 Sono il milite ignoto, fatto a pezzi.
E la vita è tutta scogli, tra gli scoppi,
se ci metti la mia caparbietà, 
qui ci sta, anche un senso, se combatti. 

2 Sono io, siamo noi,
questo è il mare,
ruvido quanto vuoi,
ma nessuno lo può fermare.

3 Eppure tuona la Strafexpedition, vuol
ferire, punire, puntare, far pentire.
Feroce giù dal trono suo imperiale,
farci male, col cannone alla ferita.
1 E testarda ci bombarda sulla testa.
Qui resiste solo l’anima e le ossa,
seminate sul sentiero alla riscossa. 
Questo è vero, questo è vita, mi si avvita.

2 Non ti dico il mio nome, non importa,
solo importa non lasciarli mai passare,
questo è il mio lasciapassare, la licenza
che io ho al paradiso. Che l’inferno è già qui.

3 Il cannone della punizione a noi topi 
qui in trincea. La sola idea che ci unisce
è: tappi tolti alle mitragliatrici tutte.
Cosa dici? Questo è fuoco al vostro inferno.

1 2 3La mia anima si infila alla canna.
1 2 3Sono uscito sul davanti coi proiettili.
1 2 3Il Carletti ha ragione questo è amore,
1 2 3questo è un tunnel che mi porta alla luce.


1 2 3Allora è vero che sentivo sulla testa,
1 2 3dalle spalle dentro il collo nel midollo,
1 2 3come un raggio, un coraggio dentro il cuore:
1 2 3i morti d’arma ancora vivi, già risorti.

Il fiume Taro
(narratore)
Questo è il fiume, il fiume Taro.
Vengo e sparo.
Stretto stretto nelle scarpe
o vado oltre.

La mitragliatrice dice:
Taro sparo spero spiro.
No, non spiro sparo e spero.
Taro sparo tiro tiro.

Il respiro nostro spara
ancora, ancora, spera,
poi si appende ad una
nuvola ed è àncora,

cui si appende il mio 
nemico. Amico, dico,
qui c’è un walzer
viennese a Mantova.

Mietitrice, dice, sono
la mitragliatrice.
Sotto a chi tocca!
E magari riesco

a cambiar direzione 
alla bocca e a sbaragliare
il nemico. Amico 
anche tu hai detto:

andiamo alla guerra,
spariamo, o hai detto:
obbediamo. Detto fatto,
1 2 3siamo semi alla terra

1 2 3che amiamo.
1 2 3Dobbiamo
1 2 3sempre pensarci
1 2 3e decidere noi.

Dialogo tra i mitraglieri
(soldato 1 soldato 2 soldato 3)
1- Trema la terra, sussultano i sassi,
dalle gambe rimbomba la bomba.
Le pareti di pietra scricchiolano.
Attento alla mano che scotta.

Maggio era bello, quando siamo 
venuti. Apri la cassa, svelto. 
Questo è un macello. Fa che corra
veloce la cinghia. E gli altri?

2 - Loro hanno mortai da 30, qualcuno
ha detto, ma è solo un sospetto.
3 - Chi ha esperienza, se questa è 
la prima? Il cappellano era stato

infermiere, prima, col colera, non so.
1- Non arriva la sera stasera. 2 - Però,
se le casse di munizioni sono esplose,
come potremo sparare e sperare

di poterli fermare? 3 - Le bombe a mano
ha detto il cappellano, se la mitragliatrice
si inceppa. 1 - Abbiamo anche un cannone
in Costa Violina. E’ da questa mattina

che spara, ma spara lontano.2 - Speriamo
che becchi i crucchi che sparano a noi.
3 - Sta sotto. Là, vedi che vengono? Ora vengono 
avanti.Vedi quanti? Spara e taci.

2 - I tuoi baci amore, adesso muoio. 
Ma prima sparo sparo, vendo caro
il mio cuoio, quando muoio, io muoio
per te.3 - Dove sei? Ehi, tu, dico a te!

Carletti il cappellano
(narratore mentre 3 e 1 trascinano fuori per le braccia 2 morto) 
- Più non c’è. E' già lì, in una pozza
di sangue. Ecco, mi tremano le gambe.
Sono Carletti, il capellano, metti
il cuore in pace e spara. Penso io,

ci pensi Dio, al tuo compagno.
Nessun ordine da nessuna parte.
E’ chiaro, la morte per prima
ha falciato gli ufficiali e il comando.

Allo sbando siamo, forse un quinto
di quel che eravamo. Adesso cosa
facciamo? Dio mio, prendo io
il comando. Dì a tutti, se vivi:

Ci vediamo sopra le vigne appena,
dietro a quei sassi grossi, sulla schiena
tutte le armi che possono. Ma solo
quelli che si possono muovere. Vai.

Tu di là, io di qua. E sta attento! 
Ai feriti digli ciao, che li amiamo,
che preghiamo per la pietà del nemico.
Sempre attento da dove viene lo sparo.

Benelli Novello
(soldato 1) - Si, sono Benelli Novello,
quello che portava gli ordini
se si interrompeva la linea.
Il macello è incominciato alle 5. 

Un diluvio di fuoco dal cielo. Dovevamo
resistere, era stato detto. Un tetto 
di grandine di granate scaricate 
in dieci minuti. Obici da 38 e 42. 

Sue, le parole d’un ufficiale più anziano. 
Gli altri erano giovani, molto giovani.
Immobili, lì, a morire senza reagire,
se non venivano fuori. E poi alle sette

sono venuti all’attacco e noi apriamo
il fuoco e loro, allora, vedendo con le vedette,
con il mortaio, una a una, miravano,
aggiustavano e colpivano una mitragliatrice 

alla volta. La trebbiatrice della morte su di noi.
E poi ha preso la situazione in mano 
Carletti, il capellano, costretti come eravamo
a salvare il salvabile. Bravo lui e umano. 

Qui siamo a vivere qualche giorno di più,
fin lassù, oltre lo Zugna, dove io sono sepolto,
in questa terra pietrosa, eppure spugna
al nostro sangue ed il loro. E come a voi, anche a noi

parlavano i morti, ci volavano sopra le teste,
ci dicevano di non arrenderci, avrebbe deciso
qualcuno, quando chiamarci con loro. Come
ci fosse una lezione d’amore da imparare.

Arrendetevi
(militare 1 e 2, la prima parola ribadita da ordine urlato da fuori scena anche ) 
1 - Arrendetevi!- hanno fatto gridare da qualche 
trentino con loro. Noi avevamo un roveretano,
che non si era arreso, ancora davanti agli occhi
nostri nei boschi, del giorno prima. E Carletti

ci ha fatto rispondere coi proiettili. Perfino
con un paio di assalti, che pensassero fossimo
in molti e indomabili. Noi sapevamo eravamo
i superstiti. Testimoni dei nostri compagni,

non ancora sepolti. 2 - C’era una grande calma
tra di noi. Strana. Che veniva dal cielo e dalla
terra, come quando parla un vulcano e l’arma 
e l’anima era un tutt’uno. Ed il nostro destino

nella mano di qualcuno che amiamo. 
Eventualmente, non saremmo morti 
invano. Riuscivamo a dormire la notte
sulle foglie. Non era freddo, era maggio.

Ci svegliavamo al primo raggio, con un coraggio 
da leoni. Ci aggiustavamo gli scarponi.
Avevamo la sentinella, naturalmente,
contro le imboscate, ma anche una stella.

Da Cima Torta al Trincerone
(narratore) 
Nessuno aveva potuto tagliare gli arbusti. 
Avevamo resistito tutto il giorno su cima Torta,
come sulla porta alla morte. Giusti, prima della
notte, i segnali di ritirarci coi rimasugli di noi,

come avevamo chiesto, e di unirci col resto
agli alpini al Trincerone. Che visione da lassù!
Dai cespugli e i nascondigli, la Vallarsa si vedeva.
Di là, voleva la Strafexpedition sfondare.

Questo era il 17, scelte strette, tra la vita
e i tuoi morti. Noi, 300 metri più in su, sul roccione.
Il 18, laggiù, più in sotto: da Marco a Serravalle.
Ma lo sperone del Trincerone sul roccione del crinale

tiene, come se gli alpini del battaglione Val d’Adige
tirassero da vene profonde dell’Adige coraggio.
Il 19 non si muove la nostra posizione: 
sotto mille colpi, molti assalti, tiene. Ed è una spina

nelle schiene alla Strafexpedition, che in Vallarsa
avanza e poi si ferma. Da lassù fanno il tiro a segno
sui muli che muti portano avanti l’avanzata. 
E non sai se la guerra è decisa dal coraggio 

dei soldati, dal foraggio per i muli, da quanto 
è saggio il piano, dal lavaggio del cervello 
alla nazione, dalla precisione della produzione industriale 
d’arma e se ci sia un’anima animale 

che a un certo punto dice: basta! 
Si pianta sulle ginocchia come un mulo, 
pianta l’asta della bandiera lì, dove si trova, 
e dice: qui, è la Patria, non un metro più avanti,

non un metro più indietro, nessuno si muova!
Questo sognava il veterano Giorgio Bini Cima
e sarebbe stato vero per passo Buole, non prima.
Ma ora le suole, sue, d’alpino, lo avevano 

portato al Trincerone, costruito dagli Italiani 
con accorta previsione, quando gli era venuto
nelle mani mezzo basso Trentino e l’Impero
si era tirato indietro, fino a Rovereto e al Leno.

Ecco, dal suo diario, documento del martirio
dei giovani fantasmi del reggimento 207 e 208
usciti, come da sotto terra, dall’orrore della guerra,
come già ascoltato dai loro morti, dai loro slanci. 
(militare 3)
“Appena passato l’Adige, alt. Buttarsi a terra
sul ciglio dello stradone che conduce a Rovereto.
Smarrimento nelle notizie dei soldati sbandati
del 207 e del 208, borbottano: gli austriaci

hanno sfondato tutte le linee, avanzano 
in tutta la zona. Gli sbandati, giovani d’età
e d’esperienza se ne vanno, si perdono nella notte.
E noi? Ordine di riprendere la marcia 

verso Marani e poi la montagna. Fino a dove?
Alla Cima Salvata? Coni Zugna? San Valentino.
Prabubolo. Una sosta. Lasciarsi cadere per terra 
sfiniti dopo sette ore di marcia ininterrotta.

…….La mia compagnia è dislocata 
su un chilometro di fronte, aggrappata 
alla roccia scoscesa sulla Vallarsa. Ecco, sotto, 
lucidissimo nel sole, il fiume Leno, 

con i paesi Matassone, Foppiano, Zanolli. 
Abbiamo preso posizione di notte,
distendendoci poi, plotone su plotone, 
al Trincerone.” 
(narratore)
Era troppo strategico

e la strage qui era incessante. Un macello,
diceva la truppa. Tante forze fresche,
le migliori. Da qui si vede perfino Trento,
non solo il Leno. E dentro la roccia:

fori, caverne, gallerie per difendersi 
dalla pioggia di bombe, goccia su goccia, 
incessante. E negli assalti Kaiserschützen
anche i ragazzi dei nostri paesi, riversi,

distesi nel sole d’estate, tra le nostre 
o le loro granate, difficili da recuperare.
Perché, arroccato a due passi sul ciglio,
anch’esso nelle ossa della montagna,

difeso dagli strati di roccia scavati, c’è
un avamposto austriaco, dei “sassi bianchi”.
Con una terra di nessuno, che è solo due passi.
Ed i tunnel, per farsi esplodere l’un l’altro.

Il Trincerone, poi, ha ragione uno di Avio,
rimase così saldo, perché difeso dagli artigli
di quell’artiglieria del dio della guerra,
fuori tiro, sui balzi del monte Baldo,

seduto, vedeva e mirava e sparava
un arcobaleno di fuoco che andava
da una parte all’altra, di sbieco, alla valle.
Come, alle spalle italiane di passo Buole,

sparava, col broncio di Giove, dal Finonchio,
i fulmini suoi curvi imperiali il cannone
austroungarico, forse padre dell’artigliere
italiano, con l’arroganza del vecchio padrone.

Così, tutta la valle era enorme botte.
Con fasci di fuoco da crinale a crinale,
a impedire che dal cielo filtrasse la pace
o dal cuore umano. Solo botti e botte

mortali. Gli imperiali, dalla schiena del Biaena
anche, e dal Monte Spil, non spumante,
ma tante, quante? tante esplosioni: un colabrodo.
Che, se eri ancora vivo, eri uovo sodo.

(Musica di bombe e poi di qualcuno che sale le scale)

Il padre ed il figlio artiglieri
(narratore)Il figlio saliva le scale.
(artigliee d’Italia)
- Si, lo so, che Voi siete mio padre.
Ma la mamma non vuole
che parliamo noi. E poi,

io sparo su un lato, Voi sull’altro,
di passo Buole, che è nostro,
o vostro, come volete Voi,
mi sembra un assurdo per noi,

come famiglia.Forse è meglio
che sia la mamma che piglia
il mestolo in mano e lo meni
piano piano e veda cosa ne viene.

E noi stiamo in silenzio,
dopo il fracasso ed il sibilo,
lo sconquasso che incomincio
a vedere quando tocchiamo terra.

Il padre saliva le scale. 
(artigliere del Kaiser)
- Sì, lo so, che tu sei mio figlio.
Ma mi piglio la responsabilità
che tu sia andato di là,

dall’altra parte, in Italia,
a combatterci contro.
E questo incontro, in fondo,
è volontà di tua madre.

Ma uno, se sbaglia,
dovrebbe ammetterlo,
come ti ho sempre insegnato,
e tu ti sei sempre intestato

di avere ragione.
Io, Kaiserjäger.
Tua madre, una strega.
E tu, un testone.

Ma adesso facciamo silenzio,
d’accordo? - (artigliee d’Italia)D’accordo.
(artigliere del Kaiser)
- Noi parliamo già troppo
con le armi. 

(artigliee d’Italia)- Forse è vero.
Ad essere sincero,
essere in retrovia,
con un grosso obice,

dice,
che siamo vigliacchi.
Se fossimo in prima linea,
saremmo i primi a voltare i tacchi.

Tu cosa dici?
(artigliere del Kaiser)
- Non sono un Kaiserjäger
che si tira sege. 
Hai ragione.

Ma. 
non
diciamolo 
a lei.

(narratore)
Il 20, in un incalzare di giorni, qui senti 
che gira la storia, sul perno della cariola,
di chi sostituisce chi, scaricato sul fuoco
al nemico, catapultato in bocca alla guerra.

Ora tocca alla Brigata Mantova, di nuovo,
sostituire la Taro, a loro volta, come avevano 
fatto loro con loro, all’inizio, e i primi 
loro: come l’oro, nascosti sottoterra,

ad aspettare la primavera per fiorire, la prossima.
E la carrucola della 37° divisione tira su, 
battaglione dopo battaglione, la Brigata Sicilia, 
meraviglia d’Italia, su questa cresta, a destra 

e a sinistra di passo Buole, dove l’Aquila Bicipite,
nello sconquasso dell’avanzata contro il Leno, vuole
approfittarne per accerchiare Il Trincerone, zittendone
il canto di gallo cedrone, il cannone, 

tagliando questa, piombando su Ala 
alle spalle di Serravalle. Ma far presto, prima 
che si organizzi l’Italia, arrampicarsi lungo 
il canalone, come il sole, spuntare di sorpresa, 

e sparare su di loro, prima che il gallo 
si svegli. Ma più svelti, ormai provati i parmensi,
il 42° bersaglieri prima di ieri, gli alpini di Aosta…
Che batosta! Sono già qui. L’imboscata è fallita.

Per intanto. Perché quanto sangue ancora 
prima del 30! E cosa si inventa il destino?
Mettere sui denti, a mordersi l’un l’altro,
un reggimento dalla Val Pusteria, con chi è in fondo

all’Italia, quasi in Tunisia. Il terzo reggimento,
non uno scherzo, Landschützen di San Candido,
forze fresche, carichi come molle, come fruste,
madido di sudore, a risalire all’attacco il canalone.

Candidi, innocenti, obbedienti, questi soldati,
a padre, chiesa, patria e alla morte. A tutt’oggi
incerti se austriaci o italiani, o aboliamo il confine.
(militare 1, militare 2, militare 3)
1 Ma gli Alpini di Verona si appellavano a Roma,

quando, il 1915, scrivevano: “italianamente ideò,
romanamente costrusse - Battaglione Alpini 
Verona” ed il sole ripassava la lezione
sulla lavagna-lapide prima di scendere all’Adige.

2- Guarda come sta bene! 3- Ma quanti san leggere?
2- Impareranno. Anche noi più o meno. 3 - Ma tu,
lo capisci il siciliano e quel dialetto padano?
2 - Da un anno.3 - Il tuo capitano è da qui o da in giù?

2 - Adesso non perder la testa a leggere. 
Il fronte si sposta tutto a destra. Dallo Zugna
a Passo Buole e oltre. 3 - Lo so, poi c’è malga 
Mezzana e la cima. 2 - Ma prima proteggere

la cresta, bisogna. 3 - Più a sud, più a destra.
Con i nostri in Vallarsa, si è rotta la linea.
2 - Anche il telegrafista è esploso. 1 2 3- La slavina
di massi è pronta. Con un taglio, se non sbaglio,

va giù. 1 - Hanno fegato e stinchi gli stambecchi
e fiato.2 - No, non sono ubriachi di birra. 
3- Come i nostri di grappa. 1 - Non si scappa.
La guerra rompe i denti e le costole a chi sale.

2- Prendere fiato e poi andare all’assalto.3 - Non vale.
1- Meglio la frana di sassi, che vedere il nemico
a due passi, negli occhi, e non poterci pensare,
infilzargli la baionetta nel fianco. E se lo manco,

sono io a dovermi sfilare la lama, se posso, 
con lui che lo ho addosso, e io o lui,
sono morto. 2 - Lascia stare! 1- Con una ferita
mortale all’ospedale. 3 - Falla finita!
(narratore) 
Il 21 arriva ad Ala la 7° batteria
e una da 87B. Il 22 e il 23
spara qui, a Passo Buole, per prova.
Ma il pomeriggio il III del 62° si trova

a sostenere da solo un attacco,1 contro 3.
Il 24 e il 25 attacchi durante la notte.
Bombe di giorno, di medio calibro e grosso.
Ma l’alito degli attacchi ci è addosso.

E il cappellano solleva la mano benedicente 
sul proprio morto abbracciato al nemico. 
(militare 1)- Ma dico, che deficiente, cosa vuol dire
se ci sparavamo, e sbudelliamo di nuovo?
(narratore)
Dopo il corpo a corpo, l'anima dei due
si libra, libera colomba, con due ali,
dopo il corpo a corpo che li ha fusi,
una colomba con due ali... (militare 1)- Ma scusi, allora? 
(narratore)
Nella notte e in pieno giorno, il messaggio di ritorno
per i vivi è la pace, e il seguire gli ideali. 
(militare 1)- Ma cosa vuol dire, ogni cosa al suo posto?

(narratore)
Il coraggio di seguire ciò che sembra giusto.

Seguire quel raggio per capire Carletti,
sanitario, capellano, capitano di una battaglia
interiore, che culminerà a passo Buole,
in cui inciti, incoraggi e spari e poi metti

da parte l'arma e scavi un nuovo riparo,
giaciglio al ferito, sepoltura al morto. 
E poi ancora guidi all'assalto e nello stesso 
sussulto, conforti, raccogli, accudisci, 

seppellisci, l'amico e il nemico. E capisci 
chi è morto sbagliando, pensi a te,
e ti interroghi, capisci quello che dico,
non finisci di seguire coscienza, non senza

tormento: faccio quel che sento, dentro.
Ti tieni pulito da ogni rancore e combatti.
Butti il cuore in prima linea e lo segui.
E accetti venga anche trafitto per primo. 

(narratore)
Contatto telefonico ristabilito solo oggi
con la 44° divisione della 5° armata in Vallarsa.
E si è sparsa la convinzione che qui si muore
per dissanguare la Strafexpedition su di loro.

Il 26 e il 27 attacchi di notte.
La 9° zappatori del Genio è con noi.
Il 28 da sotto il dosso Loner:
la tana loro è nel canalone.

Il 29 graffiano gli artigli dell’artiglieria.
Mettiamo via i morti, slalomando
coi feriti in barella. Se l’assalto tace,
domani saremo dalla padella alla brace.

Il 30 si stenta a capire: è un corpo a corpo
di ora in ora, lenta la lotta furiosa
ci azzanna. Fuma la canna, la baionetta affonda.
Assalti in avanti, ufficiali travolti nell’onda.
(ripetuto 3 volte, con timbri diversi)

Sangue che cola sui due versanti.
Il passo Buole rimarrà lì, dove
il bue d’Italia vuole il suo giogo:
vi ha dato sangue più abbondante del loro.


Ma ecco, un attacco su Cima Mezzana:
spezzando la linea, si insinua mitraglia
che spara su Taro, Sicilia e più sotto.
Corre Danioni in comando. Carletti

raccoglie alcuni allo sbando e la 9°
del Genio e si getta in assalto frontale.
La mette a tacere, la respinge in Vallarsa.
E s’accascia a contare i suoi morti e degli altri,

a lavarsi del sangue e a dirsi: curerò 
la memoria. Cercherò di capire. S’aggrappa
a carponi al ciglio della Valle riarsa,
con i piedi e le gambe a penzoloni in Italia.

Forse è finita, pensa, sfinito, anche questa
battaglia. Chiederà al comandante Danioni
pochi buoni ragazzi per sistemare cimiteri,
nei tratti di tregua: nostri, vostri, morti veri.

Anche oggi, e forse domani, ci sarà un enorme 
lavoro di sepoltura. E i crateri di bomba
aiutano poco. E’ un duro lavoro di mani,
di schiena e di cuore. E forse così ci laviamo.




(Musica)
Ci vuole coraggio a vedere la ruota 
che gira: ricordo sconfitte e oggi
forse l’è vinta. La spinta va insù,
poi tornerà ingiù, ma l’accetto. 

Io spero, mi aspetto un raggio 
di ruota che dica del centro 
dell'asse di un carro che va 
sulle ruote di gioia e dolore,

che porti 
nel sole,
nel cuore,
dove Dio ...

passo 
dopo 
passo Buole 
vuole

amore.

(soldato 1, soldato 2, soldato 3)
1 Io ricordo il Cappellano del 207 fanteria. 
Era Don Annibale Carletti, originario
di Motta Baluffi in provincia di Cremona.
I miei capelli rebuffi ora sono ciuffi d’era.

2 Io ricordo le mitragliatrici della sezione 
dei Cavalleggeri di Vicenza, una benedizione
dal cielo, angeli, come farne senza? Ci hanno 
salvato. Io sono morto, ma Dio sia ringraziato.

3 Io ricordo i lancieri di Montebello, dalle loro
postazioni fuoco come fulmini, pensavo
quello è il nostro destino: scaraventarci 
su di loro. Il nostro bene: quello che viene.

1 Io ricordo i miei ufficiali uccisi e noi
allora, ancora più decisi di prima, 
a dire di no, a non cedere. Lo ricordo, 
buttarmi a peso morto e poi essere vivo.

2 Non so, non ricordo, so che eravamo
onde del mare, bisognava respingerli.
So che avevo smesso di pensare a lei. 
Ero un gatto all’attacco, ma tutto per lei.

fine